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Il tirannicidio? La mia risposta


“Con quanta imprudenza molti cercano di levar di mezzo un tiranno senza essere in grado di eliminare le cause che fanno del principe un tiranno...” (Baruch Espinoza )

Sfuggente, magnetica e terribile, la figura del tiranno ha abitato i sogni e gli incubi dell’uomo sin da quando questi ha mosso i primi passi sullo sdrucciolevole terreno della politica. Anche se forse, conviene specificarlo subito, sarebbe più corretto parlare solamente di uomo occidentale, considerata l’ignoranza che ancora prolifera in noi riguardo i sistemi sociali estranei al Vecchio Continente. Ma il particolare modo di sentire la vita comune che è andato sviluppandosi nell’orizzonte europeo ha portato a una visione duplice, per non dire contraddittoria, di quella persona che si rivela in grado di assurgere da sola al potere e poi di mantenerlo tramite la pratica, o meglio, l’abuso, della violenza.
Tralasciando le democrazie, che per loro stessa natura aborrono il governo del singolo, anche in ambito oligarchico o monarchico permane ben salda l’idea che il comando spetti a chi si dimostri il più adatto per diritto divino, dinastico o meritocratico, e non a chi semplicemente lo desideri e lo pretenda. L’astio nei confronti del tiranno, dunque, è poco meno che scontato, ma meno scontato è come a esso si accompagni invariabilmente anche uno strano senso di fascinazione, di ammirazione della capacità di riuscire in qualcosa di così innaturale, di riuscire a plasmare e abitare una dimensione altra, solipsistica, che può certamente apparire folle, ma che altrettanto certamente si è nel corso della Storia dimostrata quantomai reale. E questo accade sostanzialmente perché il tiranno utilizza l’accorto espediente di porsi come unica e sola chiave di volta di un intero impianto architettonico, che indubbiamente gli preesiste, ma che viene da lui svuotato del suo peso intrinseco in maniera tale da rendere indispensabile la propria figura: Hitler aveva esasperato in senso bellicistico l’economia e la società tedesche fino a che fosse necessaria l’entrata in guerra (naturalmente; una guerra da lui condotta); Cesare aveva moltiplicato conquiste e rafforzato eserciti per rendere impensabile un rifiuto della propria dittatura; Alessandro Magno aveva sistematizzato politicamente e culturalmente l’immenso mosaico di popoli che si trovava a dominare di modo che non vi potesse essere altro ordine davvero efficiente che quello da lui istituito. Il maggior punto di forza del tiranno sta proprio nell’isolarsi, nel farsi uno e perciò unico.
Come pretendere, dunque, di eliminarlo senza innescare conseguenze a dir poco catastrofiche? Non è liquidando il grande burattinaio che si può cambiare la storia messa in scena, così si ottiene solo di far crollare il teatro, migliaia di innocenti spettatori compresi.
Eppure, il tirannicidio è stato spesso oggetto di discussione: talvolta di lucida e sana discussione, talaltra di sguaiate risposte di pancia che, seppure in nome della libertà di stampa e d’espressione godano a priori de diritti di essere rese pubbliche, non apportano certo alcun contributo costruttivo alla ricerca di una verità ponderata e condivisa, se mai si potrà realmente giungere a una verità condivisa riguardo una problematica che va a smuovere anche credenze e valori assolutamente personali. Che si voglia vedere la questione del diritto alla vita in termini squisitamente scientifico-bioetici o al contrario intensamente spirituali, la proposta di privare della propria esistenza anche una sola persona non può, infatti, avere risposta unanime, e ognuna di queste risposte sarà dunque egualmente corretta e degna di ascolto, ma non utilizzabile come paradigma decisionale quando si arrivi effettivamente alla necessità di agire in maniera concreta e subitanea. In questi momenti, l’opinione deve cedere il posto al calcolo, e si fa fondamentale riconoscere come un popolo che sia stato per anni soggetto a tirannide non possa più, fisiologicamente, continuare a vivere senza un tiranno. D’altronde, la stessa storia russa non è stata altro che un continuo passaggio da una concezione autocratica del potere all’altra: dall’impero di un Ivan il Terribile o di uno zar Nicola al ferreo totalitarismo staliniano, fino ad arrivare - inutile dirlo- al regime di Vladimir Putin, il popolo russo si è in un certo qual modo assuefatto alla privazione di certe libertà che deriva dal bisogno di preservare la compattezza di un territorio tanto vasto e multietnico (cioè che resta discutibile, però, è perché mai e a vantaggio di chi esso debba rimanere compatto).
Dunque, sarà forse che Nietzsche non si sbagliava a parlare di eterno ritorno dell’ uguale, ma non è affatto improbabile che, morto un tiranno, se ne faccia un altro. Per riprendere gli esempi citati precedenza, al dispotismo hitleriano subentrò quello della DDR, al dominio di Alessandro Magno un’infinità di regni assolutistici e alla dittatura di Cesare nientemeno che l’impero.
L’unico modo per fermare, o frenare, quantomeno, tale circolo vizioso può essere solo quello di educare una Nazione alla democrazia. Non un insieme di persone, sottolineiamo, ma una Nazione: gli individui uti singuli possono anche già tendere verso la libertà, ma se la struttura politica ne impedisce la conquista vi è ben poco che si possa tentare.
Il lavoro sotteso a un sincero desiderio di democratizzazione è consistente e organico: parliamo di lotta alla corruzione su ampia e piccola scala, di rinuncia alla repressione violenta come metodo di mantenimento dell’ordine pubblico, di internazionalizzazione di prospettive ed economie, di diffusione e accessibilità dei mezzi di comunicazione, di potenziamento della scolarizzazione. E non si insisterà mai abbastanza su come questi ultimi due punti siano l’unico valido antidoto alla tirannide, andandone a inficiare la condizione di esistenza: il consenso latente che è implicito nel silenzio.
Ecco perché il dialogo critico può e deve esistere, ecco perché è legittimo ma anche potenzialmente salvifico innescare la catena degli “E se”. E se le vere problematicità non fossero quelle che si manifestano in superficie (la fisica insegna che solo ciò che è estremamente leggero viene a galla), e se ciò che non si è fatto per secoli si facesse proprio ora, e se il tiranno non fosse altri che la prima vittima del suo letale marchingegno?
Ma attenzione a che lo scetticismo non si esasperi al punto da divenire un dogmatismo mascherato, un cieco delirante che entra ed esce dalla stessa stanza per molte porte diverse, illudendosi di esplorare mille universi ma rimanendo asfissiato fra quattro mura. Mai perdere la consapevolezza del fatto che il desiderio di destituire la tirannide (ovvero di “smontarla”, di “scomporla”, se è chiaro quanto detto sopra) è un desiderio nostro, di europei, di occidentali, e ancor più di europei od occidentali del ventunesimo secolo. Perché arrogarci il diritto di pretendere che i nostri ideali si facciano ideali di tutti, perché tradire quest’ansia di “esportare la democrazia” , come oggi si sente ripetere senza posa, quasi si trattasse di una laida merce da dare in pasto a un anonimo mercato? Per una naturale predisposizione della specie uomo? Ebbene, se abbiamo scelto la via del criticismo edificante, dobbiamo necessariamente arrivarne al fondo, e dubitare di quest’ univoca e universalizzata predisposizione, dubitare anche che l’uomo sia una specie, un’idea, dubitare insomma dell’ humanitas terenziana che spingeva il buon Cremete ad aiutare il burbero vicino in nome di un mero denominatore comune a entrambi in quanto esseri umani. Se, invece, vogliamo credere in questi concetti, scegliamo ancora una volta di affidarci a quel sistema di credenze e spiritualità che avevamo in precedenza escluso, scegliamo di lasciarci pilotare dal “cuore” piuttosto che dal logos razionale. A noi la scelta fra una fiducia aprioristica e una relativistica sospensione del giudizio.
Ma se sono le circostanze a imporre un risultato risolutivo dinanzi alla sofferenza di milioni di persone, allora si potrà unitamente e scientemente optare per rovesciare la tirannide, e non sarà certo impossibile farlo; ma sempre la tirannide e solo la tirannide, sia chiaro; il tiranno, mai.
Perché, come sempre, il mito insegna: per quanto disumano e deplorevole fosse il Ciclope, il brillante Odisseo non poté prescindere dal suo aiuto per spostare il grande masso che si frapponeva fra i suoi uomini e la libertà.

11/04/2022

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

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