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Flöge-Klimt, la ragazza del pittore


Al mio Gustav,

Ti avranno sempre cantato Vienna come una città d’inverno, uno scorcio impolverato di neve lasciva sui palazzi alti e chiari. Ma la bellezza della mia città è tutto tranne che stasi, e se la potessi vedere con i miei occhi ti sorprenderesti a goderne il sole buono, la dolcezza di un oro che non patina ma riempie, i profumi bollenti del vino, degli arrosti, degli artisti (calzata consonanza!). In questa Vienna sono nata, in questa Vienna so che morirò. Danzando sul crinale sottile che divide la sua storia secolare dal suo algido futuro di modernità, vivo la Vienna dello Jugendstil, della potenza artistica che esiste da sempre ma ora si è decisa a conflagrare all’improvviso, nelle note grandiose delle orchestre, nei quadri perfettamente caotici di giovani pittori erosi dalla follia. E fra questi c’eri tu, Signor Klimt, anche se sai che, per me, non sei mai stato solo uno fra i tanti.
Per me, per la piccola della famiglia Flöge, la tua giovane cognata, la ragazza che hai cominciato a vedere così spesso durante quelle estati all’Attersee. Mi sono gradualmente convinta che la tua pittura fosse sorella all’acqua del lago, rifratta, scomposta, pulsante e però calma, giusta. Ti piaceva stare con la mia famiglia, con le belle Pauline ed Helene, con Herman, con i nostri genitori. A me, invece, piaceva credere che fossi lì solo per me, che qualcosa di bello fosse successo, da qualche parte sotto la superficie dell’acqua.
Condividevamo quell’assurda fantasia che può avere effetti distruttivi se non viene sublimata in qualcosa di semplice e concreto come una tela, per te, o per me un abito, entrambi due piccoli quadrati di stoffa che potevano rappresentare tutti i nostri infiniti, indefiniti, indefinibili universi. Avevo cominciato molto piccola, a cucire, comporre, immaginare, e la pazienza nelle piccole cose si accompagnava solo alla fede nel successo, nella leggenda.
Lavoravo con Pauline, lo sai, insieme credevamo di riuscire a trovare la chiave della bellezza, il punto di fusione fra la nostra buona, solida tradizione di rigido cotone e ricco broccato e la leggerezza che spirava da Oriente come una brezza aromatica, che gonfiava le trasparenze della seta e gli arabeschi dei calicò. Avevamo pure vinto qualche premio, con le nostre prime creazioni, ma non era a questo che mirava il mio spettro irrequieto di ragazza, quella voce monotona ma instancabile che mi intimava di aprirmi al mondo, di utilizzare il mio talento per qualcosa di più, di più grande, di più universale, forse, o forse solo di più mio. Il mio destino era quello di essere ciò che l’Europa non aveva mai visto: una donna imprenditrice. Imprenditrice, imperatrice, fai tu: sai già quello che poi sono diventata. Commissioni su commissioni, clienti altolocati di cui prima sapevo soltanto il nome e ora, centimetro per centimetro, conoscevo la misura dei loro corpi e delle loro anime!
E poi sono venuti gli studi, le boutique, l’apertura in Mariahilfer Strasse, nel viale più celebre e arioso della mia Vienna, un’arteria pulsante di vita, del suo flusso eterno di umanità. Ricordi quel magnifico palazzo? Tu eri con me a ogni momento, dall’inaugurazione più acerba ai fervidi orari di punta, quando l’adrenalina volava su e giù per le sale pensate per noi da Josef, o forse dovrei dire il Sig. Hoffman, ma, insomma, quei magici spazi in cui i canoni della geometria creavano giochi di prestigio, un rincorrersi di pieni e vuoti che ci fece per la prima volta realizzare che eravamo davvero entrati nel nuovo secolo. Mi sono sempre sentita a casa, nella mia boutique, fra ben 80 impiegati a cui tenevo fosse onestamente retribuito l’arduo lavoro, ma sai anche quanto mi piacesse evadere, viaggiare, scoprire. Soprattutto per lavoro.
E così sono finita a Parigi. Ah Parigi! Seconda, ma di poco, nel mio cuore così sensibile al suo fascino décadent, al dolore macerato non nell’ombra ma alla luce dei grand boulevards. Parigi è quel fragile momento nell’esistenza di un fiore in cui la sua piena, massima apertura aulente è appena trascolorata nei primi attimi dell’ appassire. Solo lì si può incontrare, come è capitato a me, il genio di Coco Chanel o di Christian Dior. Solo lì uno stilista può dissotterrare l’ispirazione, tensione latente sotto la pelle, ma soprattutto la materia per concretarla, i tessuti introvabili, le passamanerie i fiocchi i bottoni i gioielli!
Tutto quanto mi serviva per dare vita alla rivoluzione estetica che smaniavo di innescare. Ero stanca, asciugata da quel rigore alla naftalina che aveva pervaso gli abiti dei decenni passati, corsetti di marmo e stecche, gonne dalla sagoma innaturale, improbabili standard raggiungibili solo tramite scomodità e menzogna. La mia nuova moda si sarebbe sbarazzata di tutta quella vergogna che faceva male alle donne, al loro corpo e alla loro coscienza, e avrebbe abbracciato silhouette vaporose, ampie, quasi spettrali. E fantasie impreviste avrebbero campeggiato sulle lunghe maniche, fantasie che avrebbero svincolato la potenza creatrice della mente di una donna, fantasie che, però, anche tu avevi parte nell’ideare, mio Gustav.
E quando ci chiedevano di chi fosse un qualche progetto ci guardavano negli occhi e scoppiavamo a ridere come due bambini sdraiati a terra d’estate, perché era praticamente impossibile isolare il tuo spirito dalle mie visioni, i miei disegni dal tuo pennello. Tutti quelli che hanno tentato di capirci si sono persi urlando fra il nonsenso del nostro predestinato connubio. Erano i miei occhi quelli che lampeggiavano nelle altère figure dei tuoi ritratti? Eravamo forse io e te gli amanti divini del Bacio, i due orologi rotti che una volta al giorno riuscivano tuttavia a suonare la stessa ora?
Se solo potessero capire che non c’è confine, divisione, fra noi e il tutto in cui ci stemperiamo come colori puri nell’acqua cristallina…
Che importava chi eravamo, se eravamo insieme?

Sempre tua,
Emilie Flöge

24/04/2022

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

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