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Al bar con la bioetica


Se c’è una cosa che ho imparato in quest’ultimo anno surreale, una sola cosa, è che dobbiamo fidarci del caso. Che le cose più folli capitano nei momenti più improbabili, che una riflessione sull’importanza del cuore umano può sorgere anche dalle avances poco furbe di uno sconosciuto un po’ brillo. Perché, sostiene il nostro biondo amico dello scorso sabato sera, preferire il cuore quando la vita coincide con la coscienza (“consciousness” tentava di biascicare lui), e questa ha notoriamente sede nel cervello? L’uomo prima del concepimento o dopo la morte sarebbe privo di vita poiché privo, nel proprio corpo, di percezione, di “anima”, anche ponendo (aggiungo io arrotondando per eccesso) che tale anima possa risiedere, per un credente, in Dio o comunque in una dimensione extracorporea. È un pensiero che può avere una sua ragione di senso, d’altronde è quanto entra in gioco ogniqualvolta si debba riflettere sul sospendere le cure per morte cerebrale; però ci sono due falle argomentative sostanziali quanto la capacità di alcol dal giovane filosofo ingerita: uno, che la vita può anche prescindere dalla coscienza, e, due, che il cervello non può sopravvivere senza cuore ma il cuore può sopravvivere benisismo senza cervello.
Partiamo dal primo punto. Vita. La - vita. Chi mai dovrebbe decidere cos’è la vita? Quali criteri adottare, scientifici, etici, religiosi? La cara vecchia Treccani definisce la vita come “la condizione degli esseri viventi, cioè quegli organismi caratterizzati da un grado di complessità e organizzazione che consente loro di crescere e svilupparsi, di muoversi autonomamente, di autoregolarsi, di adattarsi all’ambiente, di reagire agli stimoli esterni e di riprodursi”. Il che è abbastanza in accordo con il mio aver cortesemente fatto notare al nostro interlocutore che, stando alla sua definizione, piante e animali non sarebbero in vita. È un po’ la distinzione che il Greco fa fra ζοή e βίος, rispettivamente fra soffio vitale, esistenza biologica, e vita “storica”, somma di esperienze raccolte negli anni: non è un caso che dal primo termine derivi il prefisso -zoo, relativo agli animali in quanto anch’essi dotati di vita, mentre dal secondo parole come “biografia”, la scrittura di una vita come percorso, come vita umana insomma. Sono due concetti quasi antitetici, due doppie e diverse stelle polari, e, come sempre, si può scegliere. Si può contemplare la versione più complessa, artistica e rarefatta della vita, o rimanere affascinati dinanzi ai suoi misteri più arcani e preistorici, davanti al semplice, rude ingranaggio del corpo. Che, poi, tanto semplice non è. Per tenere in vita l’organismo, il cuore umano ha dovuto attraversare una sua selva oscura dell’evoluzione, accomodare ogni ingranaggio per consegnare al suo Creatore il lavoro più perfetto, i tempi più calcolati, le quantità più calibrate. Diciamo spesso, bizzarra formulazione!, che il cervello è il “centro di controllo” del corpo, ed è senza dubbio vero, ma il muscolo cardiaco non è da meno quando riesce impeccabilmente a pompare il sangue, senza che questo si mescoli, attraverso le sue quattro diverse camere ( pensate che i pesci hanno un solo atrio e un solo ventricolo, o che alcuni animali non hanno nemmeno un vero cuore ma solo una serie di muscoletti-pompa, perché il loro organismo è talmente semplice che da non necessitare particolari pressioni o precauzioni per ossigenare il sangue).
Ma poi, ragazzi, qui c’è il vero riscatto, qui il nostro amico comincia a scaldarsi e a virare di nuovo in modo molto sospetto verso il cocktail bar. Il βίος non può darsi senza ζοή (provate a scrivere la biografia di uno zombie e mi crederete), perché il cervello non esiste senza cuore. Senza la costante azione cardiaca, il cervello non avrebbe mai la sua giusta razione di ossigeno, glucosio e nutrienti, e sappiamo quanto gli piaccia consumare grandissima parte dell’energia che introduciamo tramite l’alimentazione (sì, potete dire che il decimo biscotto lo avete divorato ai fini dello studio). Il nostro piccolo cuoricino, invece, sopravvive e continua a battere in una scatola, letteralmente in una scatola, se correttamente irrorato e posto in una fresca soluzione salina. Credo che per un profano come me, e anche per chi ne sapesse pure meno di me, sia pura magia. Quella è la vita, che si dimena come una Baccante eccitata e impazzita anche in mezzo alla plastica, per fare qualcosa, per andare avanti, senza nessun motivo forse, come la cieca volontà schopenhaueriana che vuole vivere anche quando non sa il perché. Se c’è un fine, o una fine, alla vita, io non lo so, si può tentare di rispondere, ma forse basta farsi la domanda, e aspettare. Restare a guardare. Mentre il nostro cuore batte. Batte. Batte. E batte ancora. Batte, ancora. Anche quando non lo vogliamo, perfino, dannazione, quando proprio non vogliamo che batta, anche quando ci sentiamo morti dentro in realtà non siamo mai morti, un pugno di fibre dentro di noi continua a vivere e a farci vivere.
Bello, credo. E grazie, anche.

19/05/2022

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

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