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Svelato il mistero Grosjean


A distanza di più giorni, ricordiamo ancora con terrore le spaventose immagini dell’incidente che ha visto coinvolto il pilota francese della Haas Romain Grosjean nel Gran Premio del Bahrein il 29 novembre scorso. Le dinamiche sono state ritenute dalla FIA, Federazione Internazionale dell’Automobile, un semplice contatto di gara con il pilota russo Daniil Kvjat dell’Alpha Tauri, infatti non è arrivata nessuna sanzione per alcun pilota, ma nessuno si sarebbe mai aspettato che la vettura del francese prendesse quella piega. Ad una velocità di circa 220 km/h, la monoposto e il pilota hanno impattato frontalmente il guard rail di protezione in curva 3 appena dopo la partenza. Ciò che è successo dopo è tremendamente violento, ma altrettanto stupefacente. Questa volta, anziché sbriciolarsi in mille detriti e rimbalzare violentemente contro le barriere, la macchina ha bucato le tre file di guard rail e, a causa dell’inerzia, si è spezzata a metà, proprio in corrispondenza del serbatoio contenente 145 litri di carburante, che inevitabilmente ha causato un enorme incendio, dentro il quale il pilota Romain Grosjean è rimasto per i seguenti 30 secondi. Il dramma di quel momento è stato allentato dalla sorprendente fuoriuscita autonoma del pilota dalle alte fiamme. Ancora più incredibile è stato vederlo camminare e parlare immediatamente dopo il traumatico incidente. Le buone notizie hanno rasserenato gli animi degli spettatori, ma allo stesso tempo le immagini tragiche hanno impensierito i piloti che da lì a poco avrebbero ripreso a gareggiare.
Nei giorni seguenti, Romain Grosjean è stato sotto stretta osservazione dei medici, i quali hanno diagnosticato solo, in relazione al dramma dell’incidente, qualche ustione a mani e piedi. Dopo pochi giorni, le immagini e i video diffusi dallo stesso pilota sorridente in una seduta in palestra, con solo qualche bendatura, non hanno fatto altro che presagire una sua possibile presenza all’ultimo Gran Premio della stagione del 13 dicembre e della sua carriera da pilota (aveva già annunciato il suo ritiro dalla competizione a fine 2020). Purtroppo, durante la scorsa gara del 6 dicembre, che si è tenuta ancora in Bahrein sul circuito del Sakhir, Romain Grosjean, ha comunicato che non avrebbe corso ad Abu Dhabi il 13 dicembre. Forse per le ustioni, forse per un animo segnato per sempre, forse per paura, il pilota preferisce tornare a casa dalla moglie e dai figli, ringraziando la scuderia Haas per gli anni trascorsi insieme, i medici per le cure, i piloti e i fan per i messaggi di vicinanza e incoraggiamento, il cielo per la vita ridata in quella curva 3.
Ogni analisi dell’incidente condotta post-gara ha appurato che esso è stato la dimostrazione della perfezione dei sistemi di sicurezza raggiunta nel corso degli anni a seguito di approfonditi studi ed esperimenti. La domanda che a tutti è sorta spontanea è come sia stato possibile che la macchina abbia trapassato il guard rail senza deformarsi in corrispondenza della cella vitale all’interno della quale è contenuto il pilota. La risposta è: SANTO HALO. Tecnologia introdotta a partire dal 2018, chiamata anche “salvavita”, è una protezione applicata alle vetture di quasi tutte le competizioni automobilistiche in modo tale da proteggere, in caso di ribaltamento o di crash, la testa del pilota. Lo stesso Romain Grosjean, che nel 2018 si dichiarava contrario all’introduzione di tale apparato di sicurezza, si è ricreduto dopo che proprio da esso gli è stata salvata la vita. Ma come ha fatto il pilota a riportare delle bruciature così lievi? Com’è possibile che un indumento dal peso totale di soli 600 grammi abbia isolato dal divampante incendio il suo corpo? La sua pelle è stata salvata da tute, guanti, scarpe e casco ignifughi che hanno funzionato perfettamente, tant’è vero che la bruciatura più grave, alla caviglia sinistra, è stata dovuta allo smarrimento di una scarpa nell’uscire dalla vettura. Questi indumenti, il cui sviluppo è in corso da molti anni soprattutto dopo l’incidente di Niki Lauda del 1976, sono stati progettati e testati per resistere a temperature elevatissime; ad oggi sopportano temperature tra i 600 e gli 800°C.
Testa e busto son salvi, ma sappiamo che impatti di tale violenza in passato hanno riscontrato conseguenze ben diverse e ben più tragiche. Infatti, il collo del pilota è salvo grazie ad un altro sistema protettivo introdotto solo nel 2003, chiamato HANS. L’efficacia delle cinture di sicurezza ha raggiunto l’apice ormai da anni, saldando il corpo del pilota alla sua monoposto, ma il dispositivo HANS, tramite dei lacci che lo collegano al casco, evita che la testa del pilota venga scaraventata violentemente in una direzione che tende a non seguire il resto del corpo.
Teoricamente, il corpo del pilota è salvo. Non rimane che sottolineare la prontezza e la lucidità di Romain Grosjean, che in meno di trenta secondi è uscito autonomamente dall’incubo più grande della sua vita. Ciò è stato anche possibile grazie alla tecnologia che con un click ha permesso lo sgancio delle ferree cinture di sicurezza (che, ricordiamo, vengono allacciate con l’ausilio di un’altra persona prima della gara), liberando il pilota. L’adrenalina del momento e il pensiero della famiglia, come dice lo stesso pilota, sono stati la chiave per la sua salvezza. Non poteva finire così.
Possiamo, infine, decisamente affermare che il pilota è rimasto illeso grazie alla perfezione delle tecnologie di sicurezza e, d’obbligo sottolinearlo, grazie alla preparazione psico-fisica a cui ogni Formula 1 driver si sottopone. Senza il sofisticato studio di principi fisici che stanno alla base di questo sport e la conseguente loro applicazione nell’ambito della sicurezza, Grosjean non si sarebbe salvato. Così come senza la lucidità dell’uomo, la tecnologia non basta a salvarci.
Si sentiranno più sicuri i piloti dopo un tale riscontro sulla sicurezza dei loro veicoli?

18/12/2020

Elisa Agostoni

IL BANFO

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