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La resurrezione del pater familias


Il primo dicembre 1970, nelle aule giuridiche italiane diventa possibile il divorzio.
Non si tratta che di un passo nel lungo percorso che avrà luogo negli anni successivi, cercando di smantellare le fondamenta giuridico-sociali alla base di un modello familiare rimasto sostanzialmente invariato da secoli: quello patriarcale. Difatti, sposandosi prima della riforma del Diritto di Famiglia, entrata in vigore nel maggio del ‘75, una donna si faceva soggetta alla potestà maritale, affidando quindi l’amministrazione dei suoi beni allo sposo e rassegnandosi al fatto che ogni suo figlio avrebbe vissuto fino ai diciott’anni d’età sotto la responsabilità genitoriale del solo padre; inoltre, i coniugi potevano separarsi solo “per causa” e non “per intollerabilità della convivenza”.

Dunque, sulla tomba del pater familias troviamo incisa la data 19 maggio 1975. La causa della morte è la presa di coscienza, da parte delle donne italiane, della loro condizione di imparità rispetto agli uomini.
Tale consapevolezza, che trova la sua origine negli scritti di Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft e Virginia Woolf, si diffonde in Italia particolarmente negli anni sessanta: le donne sono uguali agli uomini. E tali devono essere davanti alla legge come all’interno della società.
Il problema sta, dunque, nel divario tra il piano della realtà e quello giuridico-sociale. Il divorzio si configura quindi come richiesta di normalizzazione giuridica di un fenomeno sociale già esistente: nel solo 1969 nacquero circa 25000 bambini da relazioni extraconiugali; in quanto illegittimi, questi figli erano privati di qualsiasi tutela giuridica.
Sotto questo aspetto il dibattito sul divorzio è tale e quale alla richiesta di legalizzazione dell’aborto, una delle successive fasi di quel processo che mira ad un miglioramento dello status giuridico-sociale delle donne: l’interruzione volontaria di gravidanza, infatti, può essere attuata clandestinamente, con tutti i pericoli che ne conseguono, causando così moltissime vittime, oppure dalla sanità pubblica, per mezzo di una legge che garantisca alle donne lo stesso diritto alla salute di cui godono gli uomini.

Nonostante il pater familias sia morto da oltre cinque anni, fino al 1981 i mariti violenti godono ancora di ottima salute: davanti all’accusa di omicidio della moglie, un uomo può chiedere come attenuante quella del delitto d’onore. L’uccisione di un’adultera era, difatti, un reato meno grave per la legge italiana rispetto a quella di una moglie fedele.

Pur privati della tutela legale, gli uomini violenti godono ancora di una fin troppo larga tutela sociale, sintetizzata in una frase breve, ma densa di significato: “Se l’è cercata”.Utilizzate da persone di ogni età, sesso, ed estrazione sociale, in diverse occasioni queste quattro parole giungono alle nostre orecchie fin troppo spesso: se una ragazza appena maggiorenne viene stuprata ad un party, o era vestita in modo troppo provocante o era stata troppo permissiva nei confronti delle avances del violento, insomma, se l’è cercata. Se una donna viene uccisa dal marito e vi sono sospetti che la vittima intrattenesse una relazione extraconiugale, questa aveva tradito la fiducia del coniuge, insomma, se l’è cercata.
Se un ragazzo pubblica foto osé della ex fidanzata, lei è una poco di buono, un’impudica, e se viene licenziata, se l’è cercata.

Sebbene siano ormai passati cinquant’anni da quando per la prima volta si è combattuto sul piano giuridico contro l’istituzione familiare di tipo patriarcale, la realtà dei fatti attorno a noi mostra come siano ancora molti i cambiamenti necessari per il raggiungimento di una completa parità tra uomo e donna: sarebbe anche il caso che il pater familias venisse seppellito una volta per tutte.

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