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Giornata della Memoria... ma davvero?


Cari Banfiani, se vi aspettate un articolo informativo, elaborato, in breve fatto bene, vi consiglio di andare a leggere qualcos’altro. Questo sarà un articolo un po’ controcorrente, e un po’ indispettito. Perché non posso parlare io della Shoah, non posso proprio: io che, per rubare le auree parole di Primo Levi, “Vivo sicura nella mia tiepida casa, trovo tornando a sera il cibo caldo e visi amici”. E, se non posso io, non è senza qualche difficoltà che penso possano farlo giornalisti, scrittori, storici, studiosi di ogni taglia e di ogni forma. Seppur abbiano indubbiamente dedicato anni allo studio dell’Olocausto (soltanto qualcuno, altri non vi avranno dedicato che mezz’ora), come possono competere con chi vi ha dedicato la vita?
Che cosa sia stata la Shoah direi di lasciarlo spiegare a Levi, alla Senatrice Segre, a chi è sopravvissuto e a chi non è sopravvissuto affatto, ma ci ha lasciato testimonianze grandi e sofferte di ciò che è stato.
Eppure le voci sull’Olocausto, quando si avvicina la fine di gennaio, si levano numerose, non richieste e prevaricatrici: la televisione viene bombardata di film (alcuni ottimi, altri soltanto strappalacrime) e di documentari malamente doppiati, i social divengono costellati di post scopiazzati l’uno dall’altro e i media in generale sembrano risvegliarsi da un letargo lungo un anno per adempiere al tanto arduo quanto retribuito compito di buttar giù qualche riga perché, dai, non si può non fare.
Il modo in cui commemoriamo il grande Sterminio si è fatto simile a quello in cui alcuni festeggiano il Natale: produciamo come automi, vomitiamo quasi belle parole e frasi retoriche che confezioniamo poi con carta colorata e una spruzzata di brillantini per rendere il tutto più appetibile, più accettabile, per mascherare il gran vuoto che vi si cela sotto.
Giornata della Memoria o giornata dell’ipocrisia?
Insomma, Memoria è una parola grossa, non usiamola per condire articoli e servizi insipidi e trascurati, e, soprattutto, è una parola di quelle che non nascono come funghi e crescono come piante infestanti (non ritengo necessario spendere molte parole sulla “resilienza”). Al contrario, la Memoria ha alle spalle millenni di esperienza (i Greci la trasformarono addirittura in una divinità, Μνημοσύνη, amica dei poeti e dei cantori) e ha accompagnato l’uomo offrendogli il braccio a ogni passo della sua evoluzione.
È la Memoria a rendere l’uomo tale: moltissimi animali ne sono sprovvisti, vivono in un eterno presente e affrontano ogni giorno come se fosse il primo. Affascinante, direbbero alcuni, sicuramente meno gravoso che reggere il fardello del ricordo. Ma la Memoria è il corridoio fra passato e presente, non si può non attraversarlo, e serve, serve indubbiamente a interpretare il senso e, perché no, mutare il corso della realtà che abbiamo sotto agli occhi partendo da quella che leggiamo nei libri di Storia.
Eppure sembra che, ultimamente, questa funzione principale e primitiva della Memoria sia scivolata nell’oblio (la Memoria che dimentica se stessa, un ossimoro da barzelletta).
Con quale coraggio affermiamo di ricordare davvero il genocidio nazista se ci facciamo ciechi e sordi dinanzi a tutti gli altri genocidi che lo hanno seguito? Perché non parliamo dell’eccidio di un milione di Ruandesi di etnia Tutsi, nel 1994, o dei tre milioni di Cambogiani eliminati fra il ‘75 e il ’79? I massacri durante la guerra del Kosovo, i gulag sovietici, le vittime della dittatura coreana? Tutto questo non è stato e non è meno cruento, meno vero o meno importante, a meno di presupporre che alcune vite valgano meno di altre, il che francamente pare un’idea che potrebbe albergare nella mente del più fervido ammiratore del Führer, non certo in quella di chi si autoproclama menestrello della libertà e dell’informazione.
Ricordare, avere Memoria, non significa soltanto contemplare un passato mitizzato e darci qualche pacca sulla spalla rallegrandoci del fatto che il presente non sia più, apparentemente, così. Ricordare, avere Memoria, è un’operazione complessa, interattiva, viva. Dobbiamo imparare qualcosa dai secoli passati, dobbiamo per forza, altrimenti non avremo mai garanzia di un progresso reale, di una sicurezza politica, sociale, totale che interessi il mondo intero. Ma, almeno fino a oggi, non abbiamo imparato.
La violenza che rievochiamo il 27 gennaio, magari sfoderando la nostra minuziosa e privilegiata conoscenza in merito, è infatti presente qui e ora, non è un brutto sogno a tinte slavate che possiamo permetterci di raccontare con il languido trasporto del narratore. La violenza, questo mostro proteiforme ma sotto sotto sempre uguale a sé stesso, lambisce come un oceano in burrasca ogni costa della Terra e ogni litorale del Tempo: le donne torturate nei campi di concentramento nazisti non sono diverse dalle donne infibulate, stuprate e mutilate in molti Stati africani, i bambini sterminati dalle forze di Hitler non sono diversi da quelli che vengono impiegati come soldati nelle fila dell’Isis, spinti a forza verso un destino di morte.
Perciò lasciamo che il 27 gennaio sia la Giornata della Memoria, ma facciamo che lo sia davvero: accanto alla giusta e necessaria (e, possibilmente, seriamente condotta) spiegazione di ciò che è stato, mettiamoci la lucida consapevolezza di quello che è ancora, e di quello che continuerà a essere se non ci svegliamo dal sonno della mediocrità e della routine per cominciare a camminare sulla strada tortuosa del cambiamento.

27/01/2021

Maddalena Mandelli

IL BANFO

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