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Un sacchetto di biglie


Ci sono molti modi per poter rivivere il passato: ascoltare musica; vedere filmati; riguardare vecchie foto; leggere...
Il 27 gennaio di quest’anno è ormai passato, ma nulla ci impedisce di continuare a tornare con la memoria al ricordo di quasi 17 milioni di persone, alle quali è stato sottratto con la forza il diritto di vivere.

1943: Un sacchetto biglie, tutto quello di cui un normale bambino di dieci anni aveva bisogno per giocare assieme ai propri amici... eppure al giovane Joseph Joffo non fu concesso nemmeno quello.
Con un racconto autobiografico l’autore ci dona i suoi giovani occhi innocenti per assistere al viaggio che fu costretto a compiere per fuggire dalla persecuzione nazista.

Figlio di una famiglia ebrea di parrucchieri, Joseph è costretto a lasciare la rue Marcart, dove aveva vissuto fino a quel momento, accompagnato dal fratello dodicenne, Maurice, per raggiungere i due fratelli maggiori nella Francia libera, a sud della nazione, dove i loro genitori si augurano che i figli possano essere tranquilli, al sicuro da qualsiasi minaccia, e magari un giorno abbiano la possibilità di recuperare quei bei momenti a loro sottratti...
In pochi riuscivano in questo tentativo e tra questi non vi furono sicuramente i fratelli Joffo.
Infatti, dopo aver raggiunto la supposta zona libera, mancano ancora quasi tre anni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, tutto può succedere, e tutto succederà.
Come ogni testimonianza del periodo della persecuzione nazista non ci si può aspettare di leggere una fiaba con il solito “e vissero per sempre felici e contenti” e purtruppo nulla di tutto quanto impresso nelle pagine di questo romanzo è inventato.

Il libro è scritto con uno stile molto scorrevole, colloquiale, si riesce ad avvertire la sensazione che il lettore stia tenendo un dialogo diretto con l'autore, quasi come se in qualche modo accompagnasse Joseph nella narrazione.

Non è il primo racconto che leggo in cui persone innocenti sono state private della propria vita e della propria libertà. Troppa gente ha perso la propria identità dentro e fuori i campi di concentramento, costretta a vivere in condizioni terribili, trattata alla stregua di animali.
La gioventù, l'innocenza e la purezza di un bambino di dieci anni è stata sottratta con la forza e con una brutale violenza, dalle sue tenere braccia.
Nessuno potrà mai restituire quei bei momenti della vita, persi, alle vittime dell’olocausto, ma noi possiamo solo ricordare, tenere stretto nella nostra memoria il loro passato, per non sporcare il futuro che ci attende.
Consiglio a tutti la lettura di questo libro, perché è dovere di tutti ricordare ed è un diritto di queste vittime essere ricordate.

IL BANFO

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