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Qualcosa di vero


La metafisica di Spinoza sembrava proprio il frutto di un delirio post sbornia. Non importava da quale parte tentasse di attaccare l’Idra dalle molte teste, in ogni maniera quell’argomento non sembrava fluire adeguatamente nei piccoli scrigni bui che i suoi studenti dicevano di avere nella scatola cranica. L’una volta relativamente avvenente e ora canuto professor Riboldi emise un quanto mai umido sospirone diretto alla superficie della cattedra, che disgraziatamente non sembrava aiutarlo quella mattina, nonostante l’avesse ripetutamente lusingata e circuita lanciando la pesante valigetta di cuoio sulla sedia invece che su di lei.
Cinque minuti. Cinque minuti e sarebbe finito tutto. L’argentino tintinnare di una campana di cristallo avrebbe sfrangiato il tempo ancora una volta, il ritmico imeneo avrebbe celebrato il trionfale decesso di un’altra ora di lezione al Liceo Galilei. C’erano stati momenti in cui insegnare era stato per lui una missione, una vocazione; età dell’oro in cui poteva soffermarsi oltre l’orario di lezione a discutere quasi da pari a pari con giovani ma avidi lettori, o futuri uomini e donne di cultura. Ma ora quei musi pallidi e implumi gli parlavano solo di mediocrità e di ore spese a rovinarsi gli occhi comprando online i maglioni più conformisti e incolori della Storia.
Nemmeno una vibrazione nelle fronti inespressive, non un tremulo vagito primordiale che lanciasse alla centrale di comando un segnale di comprensione.
Suonò. Un insulso strascicarsi verso il corridoio, un mormorio sotterraneo che sapeva di anatemi contro il torvo e tirannico professore di matematica e i suoi logaritmi per mercoledì.
L’aula libera, finalmente. Un’aula che sembrava più viva quand’era vuota, abitata solo dal raggio d’ambra e albicocca che un commosso sole d’Aprile aveva concesso trasparisse dai vetri gelati. Il quadro si mostrava propizio alla lettura di un modesto saggio sulla psicologia dello stress che il buon Riboldi voleva inaugurare da qualche settimana. Eppure, complice forse l’astuzia meschina d’ una moglie medico che glielo aveva sottratto la sera prima, il libro non si trovava. Venne reperito, invece, un raro, antico esemplare di quello che una volta passava sotto il nome di “romanzo”, un rottame di fondo libreria la cui copertina sembrava promettere l’imminente autodistruzione. Meglio di niente. Petalo bianco dopo petalo bianco, si decise a sfogliare le pagine fitte.
“Mi perdoni, l’aula 37?”
La nota d’ impaziente entusiasmo nella voce altrimenti composta lo fece voltare senza troppe imprecazioni mentali. Incorniciata dalla porta di legno stinto, si stagliava una figura alta ed eterea, che creava uno strano effetto di controluce con le onde sbrigliate di capelli corvini e il lungo cappotto color prugna.
“Lungo questo corridoio, quarta porta a destra”.
E la conversazione sarebbe potuta terminare con un educato, epidermico ringraziamento, se il Riboldi non fosse stato graziato dalla brillante illuminazione di chiedere chi fosse, quell’improvvisa folata di vento che era entrata nella sua cella a portare per qualche secondo il profumo salmastro della novità.
“Violetta Magnani, Nuova Docente di Storia dell’Arte”. E pronunciò ogni parola come se vi fosse la maiuscola. “Mai capito perché si dica Storia dell’Arte e non Storia della Filosofia o della Letteratura. Leggenda narra che serva solamente ad allungare un po’ il nome della materia sul registro.” Un sorriso largo e serafico campeggió per un istante sulla bocca sottile del buon professore, prima che la sua umile animuccia venisse irradiata da una seconda intuizione: “La accompagno io”. Ed ebbe così inizio la spedizione d’attacco verso il fondo del corridoio.
Il Maggiore Riboldi ebbe così modo di osservare più da vicino i tratti e il carattere del suo Tenente, e di scoprirvi un bizzarro senso di poesia inquieta, che lo lasciava come in preda a un lieve attacco di mal di mare. La luce piena e aperta nei grandi occhi grigi lievemente distanti avrebbe potuto talvolta darle un’aria di serenità tale da sfociare nella leggerezza, se le scure sopracciglia espressive non si fossero aggrottate, di tanto in tanto, a velarle con un’ombra d’ intelligenza lo sguardo.
I lineamenti non erano regolari ma mobili, vibranti, e quando parlava tutto il suo volto e le sue membra esili parevano riecheggiare di una musica che solo lei poteva sentire. E parlava spesso, dell’audace tonalismo della pittura veneta del ‘500 e di ricette per i biscotti al caramello salato.
La porta fatale giunse troppo presto. Ma un invito per un caffè nel pomeriggio (una pura e semplice introduzione tecnica alle dinamiche e alla politica scolastica del Liceo, sia chiaro) contribuì a risollevare il morale del Riboldi. O, forse, di entrambi.
L’appuntamento era fissato per le cinque, quell’ impalpabile granello di eternità in cui le fatiche della giornata si dissolvono, stemperandosi in un’atmosfera di fiaba o liquefacendosi in una tazza bollente di densità e aroma, che sa di tropici e pelle sfiorata dal sole.
Mentre indugiava sul pianerottolo di quel palazzo ordinato e senza pretese, l’uomo duellava con la sua stessa sensazione di inquietudine: che cosa si aspettava? Che cosa stava cercando? S’ illudeva davvero che quel momento di libertà, di bellezza infinita avrebbe potuto cristallizzarsi nel Tempo e divenire qualcosa di vero? Non aveva più incontrato nulla di vero da qualche decina d’anni. Qualcosa che gli facesse percepire di essere realmente, qui e ora, una persona viva e unica, con un corpo e un’anima fusi fino al millimetro da un Dio di cui non sapeva l’indirizzo, ma a cui avrebbe tanto voluto scrivere.
Su queste note davvero degne di un professore di filosofia fu introdotto nel minuscolo salottino della donna, arredato con gusto nei toni del beige e (quale narcisismo) del violetto, impreziosito da qualche buon oggetto di antiquariato sapientemente disposto negli angoli più illuminati dalle alte finestre. Il profumo del caffè stava già saturando l’aria tiepida del piccolo ambiente, e qualche pasta di mandorle graziosamente posata sull’altrettanto piccolo tavolino non fece che scaldare ulteriormente il cuore dell’uomo.
Discussero di molto; di scuola, innanzitutto, ma non di quella scuola algida e trasparente che faceva rabbrividire entrambi, quanto più di quella Scuola grande e utile che si sforzavano di contribuire a resuscitare. “Non riesco a non credere che in ciascuno dei miei ragazzi ci sia, in fondo, un’indole buona e sveglia. Solo che è offuscata da una cataratta di apatia che non sono ancora riuscito a togliere. È come se avessero ogni strumento per parlare, ma niente da dire”. “Tutti hanno qualcosa da dire” lo interruppe la donna con dolce determinazione “E oserei aggiungere anche che tutti hanno qualcosa da ascoltare. Li lasci parlare di ciò che più amano, delle loro ambizioni, di curiosità anche banali che magari solo loro possono conoscere. Entri in classe domattina e faccia fare lezione a loro. Li stupisca. E rimarrà stupito anche lei.”
E fu così. “Aveva ragione. In un’ora ho ascoltato la biografia di Beethoven, una trattazione sull’aneurisma aortico e la lezione più approfondita della mia vita sulla moda femminile degli anni ‘20”. “Cosa le avevo detto? Gli esseri umani sono creature stupide e meravigliose: non deve mai fare domande, non avrà alcuna risposta; ma si dimostri aperto ad ascoltare ciò che non ha chiesto e otterrà esattamente quello che voleva” e gli occhi argentei scintillavano di un intuito malizioso sul volto complesso e affascinante. Sembrava davvero che quella donna avesse trovato la chiave per comprendere la vita, o, se non per comprenderla, almeno per guardarla in faccia senza esitazioni, discreta e spontanea quanto una violetta che si arrampica titubante lungo i marciapiedi ombrosi, ma che finisce, quasi suo malgrado, per essere l’unico conforto in una mattina ancora buia e frizzante di brina.
Perciò i caffè divennero cene, e le cene divennero serate a teatro, finché la nuova stella che si era accesa a guardare con occhi affettuosi l’umile Terra divenne troppo sfavillante perché potesse passare inosservata, coperta da una fitta caligine di implausibili pretesti e blande difese dalle più che giustificate accuse della consorte. Nella vita del professore era entrata una sinfonia di emozione e rispetto che lo attirava come un folle su e giù per il pentagramma, e il nuovo ritmo frenetico che si era abituato ad avere per colonna sonora gli sembrava sempre più difficile da abbandonare. Provava un arcano terrore ad ammetterlo, ma era felice.
Nessuno dei due accampava velleità matrimoniali, ma ciascuno trovava appagamento nella semplice presenza dell’altro; d’altronde, non riuscivano a trovarsi più belli in abito bianco o in frac che nelle loro vesti quotidiane, intime, così personali. Erano due adulti già semi incartapecoriti, non ragazzini inesperti fatti di sogni e riflessi sull’acqua del mare, anche se la maturità non sempre era di ostacolo a occasionali boccate d’idillio e utopia.
Si potrebbe dire che la Vita si fosse presentata a entrambi con il suo volto migliore, quella mattina d’ aprile, dopo l’ora di filosofia.
Ma poi, lentamente, il Riboldi richiuse il suo sdrucito romanzo e lo seppellì sul fondale della valigetta. Era proprio ora di mettere da parte le vecchie storie d’amore, e cominciare il trattato sulla psicologia dello stress.

19/05/2021

Maddalena Mandelli

IL BANFO

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