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Lo strano albergo delle menti distrutte


Credo che molti di voi abbiano provato la sensazione insuperabilmente confortante di tornare a casa, dopo una giornata di lavoro, e seppellirsi nella propria camera, sotto una coperta calda, circondati da arredi che riflettono il proprio gusto e la propria storia, in un ambiente che si percepisce come sicuro, amico, in un certo qual modo anche come una naturale estensione di sé stessi.
Provate ora a immaginare di tornare, sempre dopo la stessa giornata di lavoro, in una camera gelida, piena di spifferi, con mobili fatiscenti e scricchiolanti e, in ultimo, con l’agghiacciante presentimento che letteralmente qualunque cosa possa sgusciare fuori mentre dormite da sotto il letto già roso dalle tarme.
È l’esatta differenza che corre fra una mente sana e una affetta da disturbi psichici.
Perché quando si chiude il sipario della vita pubblica, quando ci si ritira dal lucente Mondo degli Altri per chiudersi nella camera della propria Mente (sia questa un insieme di neuroni e tessuti molli o una briciola dell’amore di Dio), non sempre si è accolti troppo bene da quello che vi si trova.
Io ho l’enorme fortuna, o sarà forse un tiro giocoso di quel potente bambino che è il Caso, di prestare servizio ogni giorno nel Grande Albergo della Mente, e lasciate che vi accenni solo quanto immensa, inesplorata e complessa sia la sua struttura.
Sapete, affacciandosi sui lunghi e bui corridoi dell’inconscio, ogni disturbo può prenotare una camera, proprio come negli hotel ordinari, ma quanto differenti tra loro sono le diverse stanze, tanto da dubitare perfino che si tratti della stessa specie a occuparle!
Proprio ieri mi trovavo nella camera della Schizofrenia, una delle peggiori da sistemare, con oggetti rovinati e sparsi ovunque senza la parvenza del ben che minimo criterio razionale. E la cosa più terribile è accorgersi di come i suoi occupanti non comprendano nemmeno che questo caos non sia salutare, tanto invischiati rimangono in una rete i cui fili sanno intrecciarsi in tutte le direzioni.
Molto meglio la stanza del signor Disturbo Ossessivo Compulsivo (anche il nome in rima sembra studiato per essere perfettamente in armonia): ogni cosa al suo posto, l’ordine regna incontrastato come un imperturbabile divinità celeste. Ma provate a spostare qualcosa di appena un centimetro e vedrete il suo proprietario agitarsi e contorcersi peggio ancora che un’anguilla. È come se dipendesse fatalmente da quello spesso tappeto di sicurezza che è andato tessendosi in modo del tutto innaturale, e non sapesse più camminare sull’impervio ma necessario terreno della vita vera.
Ci sono gli angusti tuguri della Fobia, restrittivi, condizionanti: nessuno sceglie come entrarci, ma sa che uscirvi sarà sempre pressoché impossibile; e ugualmente ci sono le sconfinate, quasi immateriali suite dell’Ansia, luoghi senza alcun punto di riferimento, senza alcun aiuto, nei quali ogni voce amica si può solo perdere nel deserto del silenzio.
Una delle camere più curiose è quella della Depressione: la persona che l’ha affittata passa le giornate a letto, con il lenzuolo tirato sul viso, e quando entro non pare in alcun modo accorgersi della mi presenza. I mobili sono pochi, pochissimi, ciò che imperversa nella stanza è solo un Nulla indescrivibile e totalizzante, che svuota dall’interno ogni alito di vita. Chiunque vi passi non può fare a meno che portarsi dentro, poi, un impalpabile frammento di desolazione, e non è mai più lo stesso.
Ai piani più alti si trovano tutte le stanze dei disturbi più fini, più furbi, perché più difficili da identificare: da quella dell’Ansia da Abbandono, letteralmente tappezzata dalle foto di persone care, nell’eterna memoria di ciò che fa star bene, a quella vuota di ogni ricordo del Disturbo da Stress Post Traumatico, nella quale dimenticare sembra l’unica soluzione per non far crollare tutti i muri fin dalle fondamenta.
C’è anche, vicina al ristorante dell’albergo, una sorta di cella frigorifera abitata dai Disturbi Alimentari: sono tanti, decisamente fastidiosi, e mi fanno trovare a volte chili di cibo sulla moquette e a volte nemmeno un grammo nella dispensa. Il loro comportamento è incoerente, difficile da prevedere, ma sempre assai spinoso da gestire.
Insomma, ogni malattia mentale ha mille tentacoli, è in grado di prenotare la camera della nostra anima senza mai farsi vedere nel suo volto di arpia selvaggia, senza chiedere il permesso di entrare, ma una volta insediatasi non c’è modo di sfrattarla, è lei a scegliere, mostro d’autonomia, la durata della sua permanenza e l’entità dei danni che vuole causare.
Non c’è modo, quindi, di evitare l’invasione, la profanazione della propria mente vergine da parte di questi demoni assalitori? No. Un unico e sconcertante no. L’infernale inquilino non si può sfrattare. Però si può ordinare il servizio in camera.
Si può sempre, sempre, cercare di mettere ordine nella propria testa, lasciare a qualcuno l’opportunità di entrare in un luogo dissestato e aiutare, passo dopo passo, a rattoppare i buchi del ricordo, gettare i vetri rotti della paura, tirare le tende e far entrare la luce.
E questo qualcuno sarei io, Terapia, l’essere così astratto e così concreto che bussa ogni mattina alle tante porte delle menti distrutte per riportarvi la normalità nel presente, la serenità del passato, la speranza per il futuro.
Eppure, un ostacolo al mio intervento c’è: non capisco tutt’ora le ragioni di uno strano, ineradicable senso di vergogna nei miei confronti, fatto di sguardi bassi quando mi si incontra, d’irritanti eufemismi quando mi si descrive. Apparentemente, la mia opera è inevitabile, ma non dignitosa; buona, senza essere bella, a dispetto di quanti perdano la voce nel propugnare l’intima unione di queste qualità. Il taboo sussiste, il ghetto rimane isolato, il ponte della COERENZA non è ancora stato costruito.
E poi, beh, lo stavo quasi per dimenticare: io, per il mio lavoro, mi faccio pagare, e non tutti, sapete, possono affittare una camera in un hotel a cinque stelle.

05/10/2021

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

IL BANFO

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