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Il Prometeo incasinato


Racconta Eschilo nella sua tragedia “Il Prometeo incatenato” che una volta, in quegli aurei tempi mitici dove dei e uomini camminavano a braccetto (o facevano anche ben peggio), un titano, diciamo una sorta di gigante, aveva per fratello un gran(DE) sciocco ma si riteneva abbastanza sveglio, in fin dei conti. Il suo nome era Prometeo, che in Greco viene qualcosa come “Colui che capisce per primo” (se ve lo state chiedendo, il fratello si chiamava Epimeteo, “Colui che capisce dopo”), e un giorno si mise in testa di dare una mano, dall’alto della sua immortalità e divina sapienza, a quegli strani vermiciattoli che sembravano essere gli uomini. Pare, infatti, che all’epoca non conoscessimo l’uso del fuoco, e conseguentemente nemmeno la grigliata di Ferragosto, perciò l’aiuto del nostro titano, che sottrasse un po’ di fuoco agli dei e ci insegnò a governarlo, fu abbastanza provvidenziale.
Ci si aspetterebbe qualche ringraziamento, no? E invece Prometeo viene punito dagli dei, finisce incatenato alla roccia con un’aquila che gli becca il fegato ogni notte e (sapete, ci sono dei pro e dei contro anche nell’essere immortali) ritorna la notte dopo perché nel mentre l’organo è ricresciuto. La domanda è: perché?
Perché gli dei, che i Greci concepivano come molto simili agli uomini ma incomparabilmente superiori, ci tenevano non poco a rimanere tali: il progresso dell’uomo metteva a repentaglio il loro primato, e, quindi, la loro stessa unicità irraggiungibile, la loro stessa necessità. E il buon Prometeo finisce nei casini.
Ora, fuor di metafora, non vi sembra di essere rimasti ai tempi di Prometeo?
Mi spiego meglio: non vi sembra che l’autosufficienza sacra e santa venga demonizzata come sovversiva autarchia, che la nostra indipendenza venga limitata dall’alto, da un sistema che tacitamente ci chiede di aver bisogno di lui per non sgretolarsi in un milione di briciole invisibili? C’è un retrogusto di primitivismo nella nostra società, non pensate? Bisogna fare e guadagnare, dare e poi ottenere, e per questo bisogna sostanzialmente saper obbedire: pensare, invece, molto poco. Si sopravvive, si sbrana il tempo e il prossimo, nel tornado dell’ utilitarismo, nel tentativo di portare a casa qualcosa senza davvero chiederci il perché abbiamo quello che abbiamo, perché facciamo quello che facciamo, perché vogliamo quello che vogliamo. Siamo senza fuoco, siamo senza luce.
Ma la Luce della conoscenza, per fortuna, si può nascondere e coprire, non certo spegnere. Prima o poi emerge, e irradia, folgora, brucia. Prima o poi chi è stanco di essere tenuto al buio accetta il fiammifero che gli viene passato, prima o poi qualcuno si sveglia dal sonno dell’ignoranza forzata (“Il sonno della ragione genera mostri” disse il nostro Goya) e afferra un libro, va a scuola, fa ricerca, naviga nel mare in burrasca di Internet nel modo giusto, impostando attivamente la rotta invece di lasciarsi travolgere dai cavalloni.
Ma poi arriva la punizione: chi si forma un’opinione (ahi!) e poi ha addirittura il coraggio di esprimerla (Cielo, quale audacia!), chi parla fuori dal coro viene tacciato di narcisismo, di autocompiacimento, di sentirsi superiore al resto della comunità. Questo perché ci si sente bene, in una comunità squallidamente omogenea, forzosamente appiattita, comodamente levigata. Ci si muove in blocco, in gregge, e la pecorella che sbaglia sentiero finisce inevitabilmente per perdersi. Guai a chi rinnega lo stagno in cui sta lentamente ammuffendo, perché ci si sta tutti insieme bene a mollo, guai ad accettare l’aiuto di Prometeo.
Credo che nessuno abbia espresso questo concetto, aspro ma in fondo abbastanza elementare, meglio di Immanuel Kant, autore che per altri motivi aborro e non comprendo, ma che riconosco essere una delle massime voci dell’illuminismo (come vedete, la metafora della luce viene da lontano):
“[il sistema] dopo aver in un primo tempo istupidito gli uomini come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le ha imprigionate, in un secondo tempo descrive ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole.” Ed è da sottolineare come per Kant, come del resto per me, il sistema non corrisponda necessariamente a un partito politico o a una classe specifica, quanto più a un contesto socio-culturale che si esprime in un un modus operandi quotidiano e procedurale, inconscio, silenzioso, che riduce l’individuo a un muto ingranaggio privo di principi e di ambizioni. Non c’è spazio per la Mente, non c’è spazio per imparare.
E non c’è spazio per imparare semplicemente perché l’ambiente in cui viviamo non è stato progettato per insegnare, non deve insegnare. Nemmeno la scuola deve più insegnare, ragazzi, la scuola deve “formare nuovi lavoratori”, per dichiarazione implicita ma neanche troppo nel progetto di pcto e nella miriade di iniziative proposte e di subdole modifiche apportate di recente al tradizionale sistema scolastico. Certo che non si può solo teorizzare e sofisticare sui volatili libri di Greco e Filosofia, certo che il risvolto pratico dell’educazione è utile e innegabile, e che la carriera va tenuta bene a mente lungo tutto il proprio percorso di studi; ma è il ragionamento di base a essere profondamente sbagliato, sbagliato e perfino pericoloso: la scuola viene costruita non come strumento per pensare, pensare e basta, pensare liberamente, pensare autonomamente; ma come luogo per diventare lavoratori, per essere forgiati dalle impietose mani dell’autorità, per diventare insomma altri “fattori” invece che “pensatori”. Perciò mi rivolgo a voi, miei compagni di studio, anche se ancora per poco (fidatevi che questi cinque anni finiscono anche prima dell’intervallo): sfruttate, usate a vantaggio non solo vostro ma di chi vi sta intorno e potrà poi imparare da voi, ogni prodotto intellettuale che vi venga offerto, da parte dei docenti che sono al vostro fianco in quella meravigliosa palestra che è la Scuola, per evitare di finire sfruttati voi come dei prodotti, in un futuro sempre più vicino, voi uomini senza luce e senza calore. E quando vi chiederanno perché fate il Liceo, perché non “state imparando niente di utile”, rispondete a voce alta e chiara che siete fieri di non essere vincolati all’utile come Prometeo era incatenato al fianco della montagna.
Sì, gli dei puniscono Prometeo. Ma, alla fine, gli uomini imparano a dominare il fuoco. Gli uomini imparano a pensare.

24/10/2021

Maddalena Mandelli

IL BANFO

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