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Una torta di petrolio


Cari Banfiani, comincio col dire a tutti voi che mi dispiace.
Mi dispiace per qualunque ideologia politica vogliate seguire (io, da brava sognatrice che vive nel passato, non mi ancoro a nessuna in particolare), per la religione in cui crediate, per il pallido rimasuglio di speranza nella Giustizia globale che vi sia rimasto. Perché qualunque pensiero, qualunque fiducia, qualunque spiegazione crolla dinanzi allo scempio dell’Africa.
La Storia di un Continente (e cerchiamo di ricordare, per piacere, che l’Africa non è un unico Stato ma un sistema articolato e complesso quanto un meraviglioso mosaico bizantino) non posso raccontarvela in un articolo, nemmeno la so e nemmeno temo la possa sapere qualunque abitante della Terra che non sia dotato del magico potere dell’ immortalità. La Storia Africana è lunga centinaia di migliaia di anni, è lì che siamo nati, noi omuncoli (non so, non credo che oggi siamo davvero così più evoluti di allora), è lì che si è sviluppata l’arte, la civiltà, la Storia.
Ma poi ci si muove, giusto?, si migra, si arriva in Europa e qui tutta un’altra cultura va, pian piano, creandosi e perfezionandosi. La Cultura dell’Occidente. Quando ho scritto un Oggi nel (chissà chi di voi lo avrà visto) dedicato ai primi passi della colonizzazione italiana in Africa, ho usato questa parola, “Occidente”, così piana ed eufonica e così totalmente priva di senso. Dal punto di vista geografico, amici, l’Africa è occidentale tanto quanto la nostra cara Europa. Però, dai, non è possibile, in Africa ci sono gli elefanti, o, come dicevano i nostri nonni Romani, hic sunt leones, “qui ci sono solo i leoni”, di esseri umani non se ne vedono più. Non ci sono, inspiegabilmente, le minime tracce della civiltà Europeo-Nordamericana: nessuno sa il Latino, nessuno conosce Gesù Cristo, nessuno ha mai visto la neve. Chi saranno questi esseri così strani che ci stanno impalati a guardare mentre tentiamo di spiegare loro come funziona un treno?
Peccato che, quando cominciamo a distruggere, rubare, dissacrare, anche questi ingenui angioletti non stiano più a guardare, ma prendano in mano la sacra arma della Difesa. E allora diventano subito cattivi: figuriamoci, oltre a impadronirci della loro terra non dovremmo forse, noi che siamo così terribilmente buoni, anche punirli e sterminarli? E comincia così un delizioso gruppetto di secoli nel quale l’Africa viene spartita fra le potenze europee né più né meno che come una torta, come non manca di sottolineare una vignetta satirica di fine Ottocento, che ho riportato nell’Oggi nel sopra menzionato (ma ne potete trovare più di una, di queste efficacissime vignette anti-colonialismo e anti-ipocrisia).
Ma ecco che piomba giù, come una fetta troppo pesante di panettone, la Seconda Guerra mondiale, e diciamo che fra Lager, Gulag, bombe atomiche e contorno, ci accorgiamo che forse noi occidentali non siamo poi così simpatici. Il mondo apre gli occhi. La vanità, la codardia, il sadismo della guerra gettano luce su altri aspetti dell’umanità che necessitano di essere approfonditi. E, pian piano, gli ospiti indesiderati sono gentilmente invitati a fare i bagagli e sloggiare dal territorio africano.
Spuntano come funghi nuovi Governi Nazionali, lungo le belle e luminose strade africane si fa festa e si urla al mondo la propria meritata libertà. E si arriva all’ oggi.
Ma, indovinate un po’? Le cose non si sono mosse di un millimetro.
I vecchi inquilini se ne sono andati, lasciando però il loro biglietto da visita. Quando si ha bisogno di droga, armi o altre gustosissime merci occidentali, si sa sempre chi chiamare. Chiaro, però, che ci vuole qualcosa in cambio: un’infinita quantità di quel liquido scuro, oleoso, che tira avanti l’economia di tutto il mondo “civile”. Se la torta che si spartivano Leopoldo II del Belgio, Bismarck e gli altri era fatta sostanzialmente di agricoltura, giacimenti minerari e forza lavoro, la torta di oggi ha come ingrediente principale il petrolio.
Formalmente, nei tanti, tantissimi Stati africani non si fa più capo alle Nazioni europee, ma si è loro soggetti dal punto di vista economico quanto e forse addirittura più di prima.
Ma poi ci stupiamo quando le molte, troppe guerre africane vengono consumate, quelle guerre così barbare, così incivili! che vengono combattute con le nostre armi.
E ci stupiamo ancora di più quando popolazioni sodomizzate per secoli e non ancora arrivate alla soglia della decenza umana decidono di andarsene da una terra martoriata per cercare fortuna. Ricordo che questa fortuna consiste principalmente nel finire annegati nel mare, sbranati dai pesci che poi troviamo nel piatto al ristorante, oppure ridivenire schiavi (perbacco, esattamente come nel Profondo Sud della Guerra di Secessione! Allora forse è vero che nulla è cambiato) nelle sconfinate piantagioni dell’Europa meridionale.
Fosse finita qui.
Sulle onorevoli orme dei nostri predecessori ottocenteschi, gli immigrati di origine africana vengono immediatamente catalogati come di cultura inferiore, e letteralmente investiti di un’ondata di Civiltà Superiore Europea al loro arrivo. Devono essere Integrati (leggi pure “omologati a forza”) a un sistema di vita che non è il loro, privati della loro religione, letteratura, folklore e musica. Tutte queste cose, a noi piacciono solo quando andiamo a fare qualche safari e sentiamo un laido brivido di “esotismo”, quasi si trattasse di un bel quadro appeso alla parete e non della vita vera di persone reali. Ma sì, cosa vuoi che siano quelle statuette di legno, quella loro lingua così strana, che diventino Europei! Che dimentichino completamente di essere Africani! Addirittura, non dobbiamo nemmeno pronunciare questa parola, dobbiamo nasconderlo, sapete, quasi fosse un peccato capitale, l’essere africani, dobbiamo trattarli come i fratelli un po’ scemi che tentiamo tuttavia di vestire bene per non farli sfigurare alle riunioni coi parenti.
Ma perché non posso dire orgogliosamente di avere un amico, un collega, un compagno africano, sì, proprio di colore, proprio diverso da me? Lui non mi assomiglia per niente, accidenti, non è come me; ma nemmeno io sono come lui, e, in un (utopico, ahimè, lo ammetto) futuro, voglio poter imparare da lui (e da lei!) da pari a pari, esattamente come lui può imparare da me.
Uguaglianza significa solo appiattimento dello scambio culturale.
L’unica cosa uguale deve poter essere il bagaglio di diritti che ogni essere umano, da quando apre gli occhietti e strilla un po’, fino a quando si riduce a un mucchietto d’ossa, deve possedere.
Soprattutto il diritto a essere sé stesso.
Ma l’Africa piange ancora, piange sotto il leggero velo di piombo che i politici occidentali le hanno steso sopra per nasconderla e violentarla segretamente, per strappare il fiore della sua giovinezza e vitalità con una mano di acciaio che puzza di alcool e promesse fallite.
Se questo articolo vi ha fatti adirare, addolorare, nauseare, significa che è stato raggiunto lo scopo prefissato: solo la nausea, infatti, ci fermerà dal prendere un altro pezzo di torta.

28/11/2021

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

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