×
Home News Chi Siamo

Squid game


All’apparenza innocuo, il calamaro occupa un posto nella lista degli eccellenti predatori, si spinge talvolta fino al cannibalismo.
Il meccanismo con cui si avvinghia alle sue prede senza lasciare loro scampo è lo stesso che vede coinvolti gli spettatori davanti ad un’intrigante rappresentazione, che lascia loro come unica alternativa quella di continuare a guardare lo schermo.
Questo è l’effetto di “Squid game”, la serie televisiva che dalla Corea del Sud è arrivata in tutto il mondo.
Gran parte dei social è stata letteralmente invasa da riferimenti sulla serie, incuriosendo anche gli spettatori più svogliati, quelli che potrebbero smettere di seguire una serie quando manca anche un solo episodio… e, si, io sono una di loro.
Non per cercare scuse, ma molte serie televisive negli ultimi tempi hanno avuto più visibilità di quanta ne meritassero.
Insomma… se anche gli spettatori più difficili, mentre cercavano l’ennesima serie da svalutare, sono caduti nella trappola del calamaro, il fenomeno coreano si è davvero rivelato degno di nota.
Una volta premuto il tasto play si entra in una realtà parallela.
Per noi, a migliaia di chilometri da Seoul e dall’Isola di Jeju, immergerci nel contesto di un altro paese rende la storia ancora più affascinante, però, mentre ci lasciamo incuriosire dai tteokbokki con la salsa piccante, i personaggi vengono trascinati, da non altri che sé stessi, in un brutale gioco ispirato alla tradizione locale.
Il paradosso sta nella contrapposizione tra una condizione irreale e la pura verità, decontestualizzata e senza sconti.
Estraendo l’essere umano dal suo habitat, diventa possibile osservare la sua vera natura.
Mi spiego meglio: è sempre troppo facile esprimere un parere su cosa fare in determinate situazioni quando si è sul divano con il plaid e una tisana.
La vera natura umana esplode nel momento in cui la realtà smette di avere un senso e ogni esitazione, dovuta al pensiero, avvicina alla morte.
Quando la razionalità diventa solo un limite la natura umana si manifesta… e non la possiamo fermare.
Di questo sono perfettamente cosci i 456 partecipanti al gioco, pescati da situazioni difficili, che, coperti di debiti, accettano di andare verso l’ignoto con la speranza di vincere un premio in denaro... molto, molto consistente.
Ognuno sarà costretto a decidere per l’unica cosa che gli rimane da giocare, la propria vita.
Nelle loro mani sarà anche riposta la vita dei compagni, ognuno avrà così l’occasione di perdere o di ritrovare la propria umanità perduta insieme all’ultimo won, la moneta sudcoreana.
Nonostante ci siano chiare similitudini con altri programmi televisivi, tra cui i famosissimi “La casa di carta”, “Hunger games” e molte altre serie televisive asiatiche poco diffuse in Europa, gli 8 episodi sono imprevedibili.
Spesso, in pochi secondi, le redini del gioco si spezzano, lasciando il destino dei giocatori come in balia di cavalli imbizzarriti.
Si stringono e si sciolgono alleanze, amicizie, fratellanze.
Sollievo e dolore si alternano senza pietà, senza distinzioni di genere, età o etnia.
Non per modo di dire: uno dei concetti fondamentali del gioco è l’uguaglianza, indiscussa, di tutti i partecipanti, vestiti uguali, che mangiano le stesse cose, che dormono l’uno accanto all’altro.
Sono costretti a omologare le loro vite e a rinunciare alla loro individualità per il denaro, sacrificano il presente per la possibilità di un avvenire pieno di eccessi.
Fondamentalmente mantengono la pace tra di loro, almeno all’apparenza, finché rimangono tutti nella stessa miserevole condizione dove nessuno ha la possibilità di elevarsi dagli altri.
Il risultato è una finta solidarietà, sporca di falsità, che sicuramente ognuno di noi ha sperimentato nel corso della vita.
Si vedrà molte volte che chiunque cerchi di aggirare la regola dell’uguaglianza non andrà poi incontro a un ridente futuro.
La crudezza della narrazione non è eccessiva, infatti non sono necessari dettagli raccapriccianti quando lo spettatore ha già il fiato corto per l’angoscia suscitata da altri espedienti, tra cui la musica, non esattamente tratta dallo Zecchino D’Oro (non che quella non possa essere inquietante…) alle inquadrature veloci e dinamiche, insomma, quei dettagli che ti fanno accendere tutte le luci in casa alla fine di un film.
Per evitare di dilungarmi troppo e rischiare qualche spoiler, anche se so che alcuni di voi sono spronati ad iniziare una nuova serie proprio a causa di uno spoiler, mi fermo qui.
Non mi resta nient’altro da aggiungere se non un… due, tre, stella!

03/12/2021

Margherita Imbriani

IL BANFO

Social:

Dove Siamo:

Via Adda, 6, Vimercate

Contattaci:

Sito Realizzato da "Il Banfo" | 2021 Tutti i diritti riservati.