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Come ingannare la dea bendata


“Sono molte le sorti che il Destino ci prepara, e sovente gli dei portano a conclusioni inattese:
ciò che si riteneva possibile non accade,
e l’ impossibile il Dio trova il modo di farlo accadere.
Così quest'incredibile storia può terminare.”
(Euripide, Alcesti)

Era tutto finito. Le parole, le idee, la luce assordante di mezzogiorno nella piazza gremita di gente. La vita politica non esisteva più, la democrazia si era ridotta a un’illusione di carta velina, la città solo una realtà geografica. Era giunto, calpestando a passi di piompo gli aerei prati della Grecia, il regime imperialista, battagliero e ambizioso di Alessandro Magno, che tollerava come limite solo il cielo e come fine solo il nulla. Finí nel nulla, infatti. Nella disgregazione, nella combustione di mille particelle di terra totalmente slegate l’una dall’altra ma tutte ugualmente toccate dall’ irreparabile lacerazione dell’ordine prestabilito.
Qualcosa era cambiato nella mente di tutti, un popolo intero aveva realizzato che non poteva più contare sulle istituzioni di sempre per dare un senso alla propria vita, e che, ormai, poteva contare solo su se stesso.
Un ponte tagliato a metà, un salto nel buio, e resta solo il buio. Una dea al buio, una dea cieca, bendata.
Quando tutto ciò che c’era prima non c’è più, i Greci reagiscono abbracciando la Τύχη, la personificazione femminile della Sorte, il caso, la completa assenza di senso che domina il cosmo come un tiranno, un sadico, un folle.
È una cosa ben strana, la Tyche, un concetto che “fa parte per se stesso”, direbbe l’Alighieri. Non ha nulla a che spartire con il Fato, con la Provvidenza cristiana, con il destino dei baci Perugina, perché non contempla affatto l’idea di un “piano prestabilito” nel quale qualcuno, da qualche parte, ha intessuto una tela conoscendo già il motivo che vi sarebbe poi stato rappresentato. Qui si tratta di puro ingranaggio, che una volta messo in moto non può fermarsi e giunge perfino a stritolare il suo creatore (più o meno, perché i Greci il concetto di creazione proprio non lo possedevano), si tratta di un passaggio obbligato e allo stesso tempo la chiusura di tutti i passaggi: per dirla in breve, ogni cosa che accade accade e basta, senza una precisa ragione, ma senza la minima possibilità che possa accadere qualcosa di differente.
Sì, è tremendo; sì, fa paura.
Perché, così, non c’è più spazio per la libertà, no?, tutto quello che credevi di aver deciso, scelto, anche a costo di sacrificare altre opzioni, di murare delle belle e grandi porte per infilarti nella finestrella all’ultimo piano solo perché lo hai voluto tu; ebbene, tutto questo in fin dei conti non è dipeso realmente dalla tua persona, ma solo da un’algida, marmorea dea colossale che si copre gli occhi per non vedere il male che fa ogni giorno con il suo gesto più banale. Ma già il pensare che questa donna terribile possa soffrire per le sue azioni è un antropomorfizzarla impropriamente, un attribuirle una coscienza che ella non può per sua stessa natura possedere. A me ha sempre ricordato molto la Strega Bianca delle Cronache di Narnia, con quel suo modo di fare così tremendamente distante, agghiacciante, con quel avvenente volto scavato nella pietra e rivolto verso chissà dove. Verso ciò che sta dietro di noi, alla fine del mondo.
Lo avevano capito davvero bene tutti quei saggi, quei filosofi, ma anche quei “semplici” poeti d’Età Ellenistica, talvolta un po’ sentimentalisti ma sempre tremendamente geniali, che scelsero di dar voce nelle loro opere a un uomo ormai in piena balìa della Tyche, e quindi capace di provare intensamente ogni singola emozione proprio come se lo facesse per la prima volta. Giasone, l’eroe di Apollonio Rodio che però di eroico non ha ormai più nulla, si innamora follemente, come un ragazzino, finisce ingurgitato dai suoi stessi sentimenti bellissimi e atroci, si contraddice, sbaglia, tradisce, ricomincia da capo. Polifemo, che in Teocrito non è un ferino mostro antropofago ma solo un pastore, tristemente consapevole del suo aspetto scoraggiante, si innamora di una fanciulla che non può possedere, e ammutolisce la sua frustrazione nel silenzio eterno della musica. Le giovani donne delle commedie di Menandro, le donne nuove, per certi versi quasi donne “moderne”, riscoprono sè stessé alla fine di viaggi e travagli emotivi ma non anche intimamente fisici e reali.
È anche una rinascita, in questo modo. È un ritornare all’inizio di tutto, spogli, inermi forse, di certo più leggeri, in attesa che qualcosa, qualunque cosa, succeda. E succederà. È sarà giusto, e sarà bello così. Questo è il senso più profondo della Tyche.
Lo è anche oggi: perfino dopo un devastante periodo di crisi, pandemica, politica, culturale, etica, la Tyche piange ma forse anche sorride da sotto la sua benda impalpabile. È solo grazie a lei se possiamo provare il brivido del nuovo e dell’ignoto, l’immenso piacere di farci travolgere da un’onda più grande di noi, che, invariabilmente, ci porterà sani e salvi a riva, anche se nessuno può sapere quando o attraverso quale astruso percorso fra i tanti possibili.
E allora, sebbene la dea incarni, apparentemente, la più arida negazione della libertà, forse può costituire anche la condizione di esistenza di questa libertà, non pensate? La libertà di capire, accettare e sfruttare tutto quanto ci venga gettato da quelle mani enormi, che potenzialmente potrebbero stritolarci, sì, e forse lo faranno anche, ma intanto ci stanno offrendo un dono impagabile. Anche se non lo percepirebbe mai in questa maniera, la Tyche ci sta regalando il nostro futuro, secondo per secondo, imprevisto per imprevisto.
La possiamo circuire, insomma, possiamo girare intorno e strisciare sotto alla sua armatura d’acciaio, possiamo decidere di prendere solo il meglio della sua imprevedibilità: di non illuderci prefigurandoci il domani ma disvelandolo lentamente, scoprendo a ogni strato che facciamo cadere un’essenza sempre più profonda e degna di meraviglia.
Potremmo provarci, a non avere memoria (ahi, questa meravigliosa umana maledizione) e a sgranare gli occhi dinanzi a ciò che vediamo ogni giorno un po’ di più. Ci farebbe molto bene, credo.
Chissà che la Tyche non si sia bendata proprio per toglierla a noi la benda, per restituirci finalmente la capacità di vedere, ciò che è vicino e ciò che è lontano, ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Guardate, è proprio qui.

18/02/2022

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

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