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Nella Mischia


Carissimi Banfiani, come credo i miei 0,25 lettori ormai sapranno, l’attualità non è il mio forte. Vi basti pensare che negli ultimi giorni ho detto Ungheria al posto di Ucraina fin troppe volte per non essere ancora stata internata (anche se, forse, si potrebbe trattare di un buon vecchio lapsus freudiano: entrambi gli Stati hanno alle spalle umilianti abusi da parte di un impero autocratico che li ha conquistati, sfruttati e privati della propria, peraltro straordinariamente affascinante, identità culturale).
Insomma, se prendo in mano io la penna per parlare di attualità significa che la cosa è grave sul serio. Ma ve ne sarete certamente accorti da soli, o almeno spero.
Parliamoci chiaro, la guerra per noi giovinastri è una cosa vintage, roba in bianco e nero da gente coi baffetti o con il mascellone, è qualcosa che possiamo permetterci di astrarre e oggettificare tanto da farlo divenire un film, una trama, un gioco. Addirittura, siamo la generazione che spaventa a morte i nostri genitori quando fa solo qualcosa di lontanamente simile alla guerra nel virtuale e ovattato mondo dei videogiochi (sul fatto che poi si tratti degli stessi genitori che ci hanno cresciuti a “se fai ancora i capricci ti spacco la testa” preferisco sorvolare).
Quindi questa proprio non ce l’aspettavamo. Non l’abbiamo ancora processato, ammettetelo, che proprio a fianco alla nostra tiepida casetta le persone stiano perdendo braccia, gambe, figli, dignità. Un piccolo recap per chi, come la sottoscritta, è rimasto indietro di qualche secolo: l’Ucraina del presidente Zelens’kyj , il granaio d’Europa, ha negli ultimi anni fatto mostra di volersi “occidentalizzare” e staccare da quello che nemmeno troppo tempo tempo fa era il Blocco Sovietico; dinanzi alla possibilità che il “suo” territorio entrasse realmente a far parte del patto della NATO, la Russia di Putin reagisce invadendo l’Ucraina, che aveva già smembrato a partire dal 2014, quando nelle vicine Crimea, Lugansk e Donetsk si erano insediati governi filorussi.
Questi i fatti riassunti, e perciò, com’è inevitabile, in parte minimizzati e traditi.
Ma ciò che importa, ragazzi, ciò che mi fa venir voglia di scrivere e parlare, è che tutto questo ha ben poco dell’attualità e molto, troppo, della storia. Quante volte l’abbiamo già vista in scena questa farsa tragicomica? E, come insegnano quelle pessime commedie greche che Aristofane ha avuto tanta premura di lasciarci, quasi tutte le storie alla fine si riducono a un solo schema fisso, a una sola frase che le possa riassumere tutte. E nel nostro caso la frase è questa: ai bambini grandi piace giocare.
Continuate pure a credere a quanti dicono che la violenza è l’arma degli insicuri, ma la vecchia, cara storia, oltre che la biologia stessa, dimostrano che il potere va esplicitato, ribadito e perfino abusato per essere davvero posseduto: nelle comunità umane come in quelle animali, l’individuo o il gruppo di individui che domina sugli altri deve compiere regolarmente atti di violenza, anche immotivati e raccapriccianti, non tanto per difendere il proprio primato quanto per renderlo manifesto al di là di ogni possibile dubbio. Così funzionano le comunità di babbuini, così funzionò l’Inquisizione, così funziona il regime di Vladimir Vladimirovič Putin. Ai bambini grandi piace giocare, in maniera sadica, folle ed estremamente autocompiaciuta. E così si fa la guerra.
Ma vi siete mai chiesti che cosa significhi guerra? Dall’ antico alto tedesco werra, “mischia”, “groviglio”, insomma situazione altamente incasinata, altamente irrazionale, quel qualcosa di infantile e primitivo che prende il sopravvento in noi se solo lo lasciamo fare. Il gioco. L’etimologia risente di quei continui e cruenti battibecchi fra tribù che erano il pane quotidiano degli amici germanici, ma poi la parola guerra viene ovviamente ad assumere un significato più profondo e nel medesimo tempo più preciso, viene a ricoprire, come un guscio di cioccolato, una nocciolina sempre più grossa e dura da rompere.
Il vocabolario Treccani così riporta: “Conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, nella sua forma estrema e cruenta; nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato”. Dichiarato, organizzato, diritto internazionale, tutti vocaboli che ci portano ben lontani dalla ruvida mischia germanica e dritti dritti verso i totalitarismi novecenteschi, ma ancor più dritti e spediti, direi, verso la burocrazia che impera e spadroneggia sulla grande palude del ventunesimo secolo. Tutto è cambiato perché nulla potesse cambiare, e forse l’ossessione per le regole, i protocolli, le forme, ha solo reso più facile buttarsi nella mischia, più facile mettersi a giocare, innescando un ordigno già perfetto e lucidato a puntino. È così strano, fare la guerra oggi, ma è anche così meravigliosamente facile. Non solo per i progressi della tecnologia, no, non è questo l’ordigno di cui parlo; io parlo di convenzioni, di patti, di fogli di carta sigillati in un cassetto ma pronti a esplodere da un momento all’altro, e non senza causare migliaia, perché no milioni, di vittime.
Non so se lo stesso accada a voi, ma a me ha sempre fatto molta, molta paura come la Repubblica Italiana, che secondo i principi fondamentali della sua stessa Costituzione ripudia la guerra, faccia parte di un patto militare. Certo, a scopo di difesa; certo, per mantenere i delicati equilibri internazionali; certo, per salvaguardare la pace; ma non posso evitare di sentire dalle ultime file della platea la saggia e rauca voce di Tacito: “hanno fatto un deserto e lo chiamano pace”. Non è pace, accidenti, è sempre guerra. Della tradizione della guerra, della familiarità con la guerra, non ci siamo ancora liberati. Anche se a noi ragazzi sembra così strano, anche se è tutto immerso nei pallidi e fumosi colori del sogno-incubo, il nostro Stato conosce la guerra, ed è pronto a farla.
Probabilmente non ce ne siamo accorti anche perché ci siamo ormai disciolti in quella perniciosa apatia democratica di cui parlava anche Tocqueville: interessati a prenderci cura del nostro individualismo, del nostro grazioso angolo di giardino, se sulla strada si sta consumando un’apocalisse poco ci importa, in fondo, e allo Stato lasciamo fare un po’ quello che vuole finché non ne siamo toccati negativamente in prima persona. Ed ecco che alla voce indurita dagli anni di Tacito si somma quella forse meno autorevole ma altrettanto efficace della Berti, col suo “finché la barca va lasciala andare”. Tu non remare, che tanto è impostato il pilota automatico. È già tutto pronto, tu non preoccuparti, i fogli sono protocollati, le firme sono al posto giusto.
Ma su, tiriamo le fila: la barca cantata dalla Berti, che poi è il nostro Paese, tutta camuffata da candida crociera ma con un’ anima congenita di incrociatore militare si sta dirigendo inesorabilmente verso gli scogli, mentre il suo equipaggio, noi, inebetito dagli abbagli del “benessere” danza e gorgheggia sul ponte.
E in tutto questo sugli scogli restano loro, gli Ucraini, il popolo che ha carpito l’ammirato sostegno di tutti con il suo integro senso d’indipendenza, con il suo chiedere senza supplicare, pregare senza prostrarsi. L’unico modo per ottenere qualcosa, forse, è proprio non far troppa mostra di chiederlo. Ma occhio a non rendersi conto in tempo che verso gli stessi scogli ci stiamo per incagliare e infrangere anche noi. Occhio a ragionare troppo in ottocenteschi e puritani termini di “noi” e “loro”, di noi sani e floridi occidentali, che stiamo bene, ancora, e di loro, poverini, che hanno cotanto bisogno del nostro tiepido aiuto.
Perché, per quanto siano ammirevolmente e giustamente fieri della loro identità nazionale, gli Ucraini non sono gli Ucraini, è evidente, sono gli Ungheresi del secolo scorso, gli Irlandesi del ‘600, e perché non potrebbero ugualmente essere gli Italiani di domani?
L’attualità è stata Storia, e la Storia sarà attualità.
Chi è pronto a giocare?

09/03/2022

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

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