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In your head


Mi sveglio alle tre di notte perché sento qualcuno urlare. No, non qualcuno, tutti, tutte le facce che conosco e le voci che sento, tutte fuse insieme, incollate dall’acido che cola veloce sulla pelle, fino a sembrare un unico immenso mostruoso urlo di Munch, tutti urlano e gridano e urlano e non mi lasciano dormire. Mi sveglio, dicevo. Ma l’unico a urlare sono io.
Non è rimasto più nessuno, in realtà, sono da solo. Le facce sono solo sul comodino, quegli stupidi occhi di cui ancora non riesco a fare a meno, impastati dietro ai vetri rotti di una decina di cornici tutte mangiate dai tarli. Le voci, ormai, solo nella segreteria del cellulare di cui non ricordo più la password. Non c’è più nessuno adesso.
Respira.
Ma è perché nessuno di loro riusciva a sentire la musica, capite?, la sentivo solo io quella specie di brutta colonna sonora che mi accompagna ogni secondo, anche ora, una cosa a metà fra un forsennato waltzer di Shostakovich e l’esasperato ronzio della televisione non sintonizzata. La sentivo solo io ma giuro che era reale, giuro che c’era, che erano loro i bugiardi, i vigliacchi, lo giuro su un Dio con cui litigo ogni mattina quando il crocifisso è più storto del giorno prima e la testa più pesante e gli occhi più gonfi e il formicolio più doloroso. Glielo dico, gliel’ho detto, che avevo ragione io. Forse gliel’ho detto con troppa foga, forse i pugni, anche lubrificati dalle lacrime e dal vomito, non servivano. Gliel’ho detto e sono andati tutti via.
Respira.
Ma loro, loro non la sentivano la musica, non vedevano la musica, e, oh, dannazione!, più di tutto non vedevano i colori. Quei colori proprio non volevano vederli. Non capivano come in base a quello che sento tutte le regole dell’ottica vanno a cercare amore in tangenziale, come i miei colori, quelli veri, sì, si sveglino da un sonno di mille anni e si accendano pulsino non siano più quelli che dicono loro. Maria, ad esempio, prendete lei: Maria aveva la faccia blu, ma del blu che usa il bar sotto casa per l’insegna al neon, con la sagoma del bicchiere di gin, quel blu così pieno e così leggero insieme, Maria è blu, Maria è il blu, Maria non è Maria. Loro non sono loro. Loro sono colori, tutti diversi, tutti frammenti di musica, glielo dico ma non mi ascoltano perché riescono a capire. Non vogliono capire.
Respira.
E tutti gli altri colori e forme e oggetti che mi si gettano contro, gli angoli che girano, gli scalini che spariscono all’improvviso, il pavimento che balla come se sotto ci fosse l’idromassaggio, o un torrente che senti sotto alle gambe e che va a finire dove so che finirò anche io. Penso che sarà nel mare, sì, che finirà tutto, il giorno che proprio non ce la farò più, che i ricordi buoni non basteranno più e quelli cattivi diventeranno troppi e troppo forti. Penso che ci vorrà poco, penso che sarà nel mare. Ci sono stato da piccolo. Ricordo un pezzo di focaccia insabbiata e il desiderio di afferrare quei gabbiani per torcere loro il collo magro, oppure per provare a parlarci, anche, che magari avrebbero capito più delle persone. Non capiscono mai, le persone, e io non capisco loro.
Respira.
Ed è così irritante vedere le persone di prima e sapere che loro non sono più davvero loro, provare a capire perché le loro facce siano così cambiate, distorte nelle mie orbite e nei miei nervi sotto pelle, perché io non riesca più a riconoscerle abbracciarle amarle come quando ero piccolo e i gabbiani volevano parlarmi a tutti i costi e io provavo a rispondere. Non riesco più a rispondere. Non riesco più ad amarle ora, le persone. Ma continuo a tenerle sepolte nelle mie cornici perché non riesco a buttare fuori la memoria, neanche se continuo a sbattere la testa sul pavimento finché non comincia a far male. E fa male sul serio. Ma non fa mai male quanto ricordare. Quasi.
Respira.
Quasi. Quasi vorrei non fosse così difficile, vorrei non provare quel denso inferno che provo da qualche parte fra il fegato e l’intestino, o almeno vorrei riuscire a inventare una maledetta spiegazione, ma ormai con le spiegazioni non ci so più fare nulla, non le posso usare, strumenti scordati che nessuno sa più suonare. Tutto ha preso un’altra piega un’altra rotta, mi scappa via dalle mani come la sabbia che c’era al mare e i gabbiani urlavano urlano le persone urlano, e io non posso più controllarlo non posso più controllarmi e alla fine lascio che i colori intorno a me e dentro di me si accendano spengano come il getto della doccia gelata nel bagno di sopra. Ci faccio le prove per quando finirà nel mare.
Finirà nel mare.
Finirà?
Finirà.


Respira.





Schizofrenia, dall’unione del Greco σχίζω, “dividere”, e φρήν, quella che per i Greci era la sede sia dei sentimenti che del pensiero, e quindi traducibile sia con “cuore” che con “mente”; pensare e sentire in modo scisso, dunque, come se si avessero due, tre o mille anime indipendenti e a volte in lotta mortale l’una con l’altra.

13/03/2022

Articolo a cura di

Maddalena Mandelli

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